La fame vien leggendo: candida neve su cake di polenta agli agrumi

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Il silenzio della neve era assordante.
(Il cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini)
Una brevissima frase, un piccolissima citazione da uno dei libri più toccanti che abbia letto, parole che mi hanno segnata, che si sono impresse nella mente e nel cuore, parole che non scorderò mai, parole che infatti mi tornano in mente ogni volta che lo zucchero a velo cade come neve sulle mie torte, che se in cucina non ci sono rumori sembra quasi di percepire questa sensazione di silenzio assoluto. Nel mio silenzio c’è pace, c’è tranquillità, ma in questo verso no: il silenzio della neve farebbe pensare a qualcosa di positivo, a un’atmosfera ovattata, piacevole, che coccola nonostante il freddo, ma lì era assordante, un aggettivo forte, di connotazione assolutamente negativa.
Amir, di origine afgana, riceve una telefonata, che dall’America lo fa tornare a Kabul, città in cui ha trascorso un’infanzia piuttosto spensierata, tra corse in giardino e giochi con Hassan, finché qualcosa è cambiato. Hassan è il figlio del suo servo, è una sorta di amico, con cui passa molto tempo, ma in realtà permane il rapporto servo-padrone e Amir sfrutta il fatto che il piccolo Hassan ha una devozione incredibile per lui. Amir è un bambino fondamentalmente buono, pervaso da buoni sentimenti, ma è vittima della sua cultura e delle consuetudini sociali, si rivela essere codardo e viziato, ma soprattutto è geloso, geloso perché suo padre vede in Hassan un ragazzino sveglio, abile, e verso di lui mostra delle attenzioni che invece mancano al figlio: Amir sente il peso di non essere all’altezza delle aspettative di suo padre, sente di non essere quel figlio che il padre vorrebbe. Un giorno, durante la gara invernale di aquiloni, tutto cambia, perché Amir assiste a una scena terribile e si comporta da codardo, portandosi dietro il senso di colpa per tutta la vita, perfino quando l’invasione russa lo costringe a trasferirsi, insieme al padre, prima in Pakistan e poi in America.
La telefonata arriva come un colpo al cuore, ma anche come un’occasione di riscatto: per questo Amir torna a Kabul, una città ormai dilaniata dalla guerra, alla ricerca della possibilità di riparare al male fatto in passato, alla ricerca di un perdono che forse non può arrivare.
Il cacciatore di aquiloni è un romanzo forte, che fa male, che segna e che commuove, perché affronta argomenti forti come l’amicizia, il rapporto fra padre e figlio, i conflitti fra ricchi e poveri, tra pashtun e hazara, tra sunniti e sciiti, parla di una terra che fino a qualche anno fa era lontana ai nostri occhi occidentali, una terra ricca di tradizioni e di profumi inebrianti, che progressivamente è stata distrutta, dai conflitti interni, dall’invasione russa, dai talebani (armati dagli Stati Uniti d’America), dal conflitto con gli americani, ed è saltata ai nostri occhi solo dopo quell’11 settembre, come se prima non fosse successo nulla. Tutto questo è raccontato con uno stile così poetico che tocca le corde del cuore; i personaggi sono complessi, hanno una psicologia che si evolve nel tempo e nello scorrere delle pagine.
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Quando ho sfornato questo cake, sentendo il profumo del sole dato dagli agrumi, vedendo questa neve-zucchero a velo che si posava delicatamente e in silenzio sulla torta, mi son tornati alla mente quel romanzo e le sensazioni che mi ha lasciato.

Ingredienti
2 uova
200 g di zucchero
3 cucchiai di olio evo
1 vasetto di yogurt al limone
scorza grattugiata di un limone
scorza grattugiata di un’arancia
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio di succo di arancia
200 g di farina di grano tenero tipo 2 macinata a pietra naturale
100 g di farina di mais
1 bustina di lievito
Procedimento
Montare le uova con lo zucchero, finché si ottiene un composto bianco e spumoso. Aggiungere l’olio, lo yogurt, il succo e la scorza degli agrumi e mescolare bene. Incorporare le due farine e il lievito. Versare in uno stampo da plumcake, spennellato di olio, e cuocere in forno preriscaldato a 180° per 40 minuti.

Il libro
Il cacciatore di aquiloni
Khaled Hosseini
Ed. Piemme, 2004
pp. 394
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