Assaggiando Godot: un risotto che non si muove

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Rubrica Assaggiando Godot

Aspettando Godot è certamente l’opera teatrale più conosciuta di Samuel Beckett e viene ascritta in quello che il critico M. Esslin ha definito teatro dell’assurdo. Un movimento durato solamente un ventennio (dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento) che, attraverso la scena, non si preoccupa di raccontare personaggi ed eventi, ma si concentra sull’esistenza, sulla sua assurdità e sulla sua casualità.
In questo senso Aspettando Godot appartiene al teatro dell’assurdo: non già perché ci si trovi in contesti surreali -come avviene nelle opere di Ionesco, ad esempio-, ma perché nei due atti non accade nulla, una situazione tragicomica è costruita tutta intorno all’inutile attesa di un personaggio di cui non si sa niente.
Vladimiro ed Estragone, due vagabondi, sono in attesa dell’arrivo di un certo Godot, personaggio che nessuno dei due conosce. Poche altre figure appaiono sulla scena: Pozzo, proprietario terriero con il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio; un ragazzo che annuncia che Godot arriverà all’indomani. Di Godot neanche l’ombra. In una scenografia essenziale, caratterizzata da un solo albero sullo sfondo e da una strada di campagna, si consumano due atti, pressoché uguali, senza che vi sia una conclusione.
Di fronte a questo “nulla” è normale che negli anni molti critici abbiano cercato di dare spiegazioni, di trovare un simbolismo, anche nel nome Godot, dove si possono leggere le parole “God”, “Dio” e “dot”, “punto”, o ancora “Go” “vai” e “dot” “punto, fermo”. C’è chi ha individuato una critica al capitalismo, attraverso Pozzo e Lucky, rispettivamente il capitalista e il proletario. Tutto questo, come dice Carlo Fruttero nella nota introduttiva dell’edizione Einaudi, è sicuramente lecito ma da un lato non ha nemmeno tanto senso:
Non c’è da meravigliarsi che, uscendo dal teatro, la gente si chieda cosa diavolo ha visto. In casi come questo si finisce sempre per attribuire all’autore un preciso disegno simbolico, e si rigira il testo pezzo per pezzo, battuta per battuta, cercando di ricostruire il puzzle. […]
Diremo subito che, a nostro parere, pretendere a tutti i costi questo “sesamo apriti” non ha senso. Stabilire se Godot è Dio, la Felicità o altro, ha poca importanza; vedere in Vladimiro e Estragone la piccola borghesia che se ne lava le mani, mentre Pozzo, il capitalista, sfrutta bestialmente Lucky, il proletario, è perfettamente legittimo, ma altrettanto legittima è la “chiave” cristiana, per cui tutto, dall’albero che si trova sulla scena, e che dovrebbe rappresentare la Croce, alla barba bianca di Godot, si può spiegare Vangelo alla mano. […] (1)

Quella di Fruttero mi pare la conclusione più sensata, al di là di ogni simbolismo che ognuno può poi giustamente cercare e trovare:
Quel che è certo è che essa esprime nel modo più estremo che mai sia stato tentato sulla scena una condizione di cui ciascuno di noi ha, in diversa misura, coscienza, e che ci presenta un’immagine schiacciante della vita (o, se si vuole, della “civiltà occidentale” quale si è ridotta oggi), in cui soltanto l’ottimista per candore o per partito preso può fare a meno di riconoscere i nostri rapporti, il nostro linguaggio, il nostro quotidiano brancolare. (2)
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– Strada di campagna, con albero.
E’ sera.Estragone, seduto per terra, sta cercando di togliersi una scarpa. Vi si accanisce con ambo le mani, sbuffando. Si ferma stremato, riprende fiato, ricomincia daccapo.
Entra Vladimiro.

Estragone. “Niente da fare” (3)

 
 
– Estragone: “Allora andiamo?”
Vladimiro: “Andiamo”
Non si muovono. (4)
La ricetta che ho preparato, ispirandomi a questo testo teatrale, è un risotto alla birra, con pesto di salvia e capperi di Pantelleria.
La motivazione di questa contaminazione è sostanzialmente estetica. Come potete vedere dalle foto, l’impiattamento è molto essenziale: il risotto ricopre il fondo del piatto in un sottile strato bianco, una piccola dose di pesto traccia una riga, a riprendere quell’albero sullo sfondo di Aspettando Godot. Un impiattamento privo di movimento, esattamente come Vladimiro ed Estragone non si muovono e restano in attesa del misterioso Godot.
Come l’opera di Beckett si differenzia dalle commedie classiche, rompendone i consueti schemi, questa ricetta si allontana dai canoni della preparazione del risotto più tipico: non c’è un soffritto di cipolla, il riso dopo la tostatura viene sfumato con la birra al posto del vino, non c’è brodo ma solo acqua bollente, la mantecatura finale viene effettuata con olio extravergine di oliva e senza formaggio grattugiato. Tutto questo per non coprire in alcun modo il sapore del riso, ed esaltare quello della birra, della salvia e dei capperi.

 
RISOTTO ALLA BIRRA CON PESTO DI SALVIA E CAPPERI DI PANTELLERIA
Ingredienti
per il risotto:
1 noce di burro
160 g di riso superfino Carnaroli
1 dl di birra bionda
sale grosso q.b.
acqua q.b.
olio extravergine di oliva q.b.
per il pesto:
4-5 foglie di salvia
5-6 capperi di Pantelleria sotto sale
olio extravergine di oliva q.b.
Procedimento
Sciogliere il burro in una casseruola. Aggiungere il riso e farlo tostare. Sfumare con la birra e far evaporare l’alcol. Salare e aggiungere un goccio d’acqua portata ad ebollizione. Far cuocere per 18 minuti, mescolando di tanto in tanto e aggiungendo acqua quando serve.
Nel frattempo preparare il pesto: mettere nel mortaio la salvia e i capperi dissalati. Schiacciare con il pestello e aggiungere pian piano l’olio, amalgamando tutti gli ingredienti.
Quando il risotto è pronto spegnere il fuoco e mantecare con l’olio: saltare il risotto creando la cosiddetta onda, che lo rende più cremoso. Servire con una piccola dose di pesto.
Note:
(1) Samuel Beckett, Aspettando Godot, 1956, Einaudi, p. 11
(2) Ivi, p.13
(3) Ivi, p. 19
(4) Ivi, p. 68
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