The librarian post #11: non una di meno

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Rubrica The librarian post

Oggi, 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita nel 1999. Le iniziative legate a questa importante giornata sono, per fortuna, moltissime e di ogni tipo: è davvero essenziale affrontare questo argomento e farlo sempre, tutte le volte che se ne presenti l’occasione, non soltanto una volta all’anno, in una giornata dedicata. E’ fondamentale parlarne e riparlarne, per cercare di far presa sulle nuove generazioni, per crescere figli puliti da qualsiasi pregiudizio, da tutte quelle idee distorte che portano a giustificare atti ignobili nei confronti delle donne. Gli uomini (e le donne) di domani non dovranno più pensare che una ragazza si è cercata la violenza sessuale perché si è vestita provocante, non dovranno più difendere un ragazzo che brucia la sua ex perché ama un altro, non dovranno più ritenere che una moglie sia “proprietà” del marito e quindi debba essere a lui sottomessa, non dovranno più permettere che una donna non possa vivere la sua vita perché tormentata dalla paura delle minacce (e delle botte) di un uomo.

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Con il gruppo #Slowthinking, si è deciso di partecipare, con un piccolo gesto, alla celebrazione della giornata, pubblicando un pensiero, un articolo, una ricetta, una foto, ecc. in modo da fare rete ed ampliare il raggio di attenzione sull’argomento.

Ho pensato di partecipare con un consiglio di lettura.



Nove volte per amore

Maurizio De Giovanni
ed. Cento Autori

Potrebbe sembrare un controsenso consigliare la lettura di questi racconti, in cui non si parla strettamente di femminicidio, ma di diversi delitti, senza dubbio efferati in egual misura, ma non soltanto a danno delle donne e con un preciso motivo di possesso; racconti in cui per di più compare la parola amore.

Quando si parla di femminicidio, si sente spesso ripetere che la parola amore debba essere esclusa dal vocabolario: il rischio che un sentimento, generalmente associato a qualcosa di positivo, contribuisca a scusare un uomo che maltratta la sua compagna (e magari la giustificazione arriva dalla donna stessa, che subisce e non si ribella,  perché il suo uomo è innamorato di lei), è troppo alto. E’ per questo motivo che, da un punto di vista culturale e forse anche giuridico, non si dovrebbe parlare di amore e delitti passionali.
Eppure, come riflette De Giovanni in linea più generale, in nome dell’amore si commettono atti inspiegabili ed orribili. Perché? Cosa accade? Forse è un po’ troppo banale ridurre tutto ad un raptus di follia, tant’è che spesso gli omicidi sono premeditati, pianificati e, nel caso del femminicidio, sono spesso preceduti da minacce e maltrattamenti.
Perché un uomo, incensurato, che non ha mai avuto problemi psichici, a un certo punto è mosso da un abominevole istinto omicida? Cosa l’ha portato a tutto questo?
Attraverso nove racconti, lo scrittore partenopeo prova a rileggere alcuni fatti della cronaca nera italiana e il fil rouge è quello di cercare di comprendere le zone d’ombra dell’essere umano, al di là di chi sia il colpevole, delle indagini e del percorso giudiziario, che chiaramente devono seguire le loro prassi.
I nove scritti sono di fantasia, ma è inevitabile riconoscervi i crimini di cui abbiamo letto sui giornali in questi ultimi anni. Sono racconti scevri da ogni giudizio, che se letti col ricordo dei fatti reali sembrano ribaltare, in alcuni casi, le conclusioni a cui hanno portato le indagini; non perché si volesse mettere in dubbio il risultato degli addetti ai lavori, visto che come abbiamo detto sono racconti di fantasia, ma per porsi da un’altra angolazione, per spingere a farsi delle domande e provare a darsi delle risposte.

Perché scelgo quest’antologia per parlare di lotta alla violenza sulle donne? Perché ritengo che interrogarsi sull’animo umano, accanto a un’analisi (e correzione) sociologica e culturale e all’introduzione di seri provvedimenti legislativi e giudiziari, sia utile per cercare di cancellare un problema enorme, più che mai attuale, sebbene si pensi appartenga soltanto a certe culture, lontane da noi nel tempo e nello spazio.
Non essendo un legislatore né un giudice, non posso che cercare, nel mio piccolo, di mutare qualcosa.
Come farlo? Osservando, riflettendo, ponendoci delle domande, cercando di capire, contribuendo al cambiamento culturale in cui crescono e cresceranno i nostri figli.
E’ inutile, credo, nascondere che nell’animo umano ci siano zone oscure, e che alcune persone, fondamentalmente “per bene”, a un certo punto possano trovarsi a farci i conti. E’ inutile dire che quell’uomo non era innamorato della donna che ha ucciso, perché, secondo me, non è del tutto vero: ha commesso un atto orribile, che non si può giustificare, ma non si può dire che non fosse innamorato, come a voler nascondere che un sentimento positivo possa anche diventare estremamente negativo. Non è un amore puro. Non è un amore sereno. Non è un amore sano. L’amore, però, con tutto quel che può racchiudere, può essere anche crudele e spingere a gesti efferati e disumani.
Ho voluto consigliare questa lettura, che trovo molto difficile per il modo in cui affronta argomenti così delicati, perché ho bisogno di capire o perlomeno voglio pormi delle domande, nonostante sia difficile trovare delle risposte. Personalmente, credo sia necessario ammettere che in ognuno esista una condizione d’animo, che potrebbe sfociare in una terribile violenza, fomentata oltretutto da un contesto sociale e culturale malato. È unendo diversi fattori che riesco ad andare avanti nel ragionamento: non mi basta considerare singolarmente l’uno o l’altro aspetto per capire. Credo sia utile metterli insieme. Allora perché così tanti femminicidi? Perché sono soprattutto uomini a commettere crimini contro le donne e non viceversa? Il motivo, secondo me, è da cercare in tutti questi fattori, appunto, con una particolare attenzione al contesto sociale e culturale: viviamo in un ambiente in cui la donna è vista come un oggetto di proprietà dell’uomo, siamo cresciuti accettando un pensiero bigotto, arretrato, che relega la donna in determinati ruoli e l’uomo in altri, dove c’è una parvenza di libertà, di diritti conquistati, ma c’è ancora qualcosa che permette a quegli istinti disumani di trovare uno spazio in cui insinuarsi, una giustificazione, una spinta per trovare compimento. Ci sono parole destinate, guarda caso, solo alle donne, si utilizza un metro di giudizio impari verso alcuni atteggiamenti dell’uno e dell’altro sesso, secondo cui l’uomo è macho e la donna è puttana; vige l’idea secondo cui se una donna fa carriera, sicuramente è “acida”, “con le palle” (quindi maschio) o, peggio ancora, ha scambiato il suo corpo per arrivare lì dov’è; tali pensieri vengono accettati anche in ambiti giocosi, riducendo tutto a uno scherzo, non riconoscendo che invece è assolutamente deleterio, perché anche la battuta è una goccia che contribuisce a gonfiare un fiume di violenza, verbale e fisica.

Un consiglio di lettura, dunque, che potete anche accogliere da solo, escludendo le mie riflessioni sul tema del femminicidio, perché ovviamente sono frutto delle mie elucubrazioni mentali e non legate agli intenti dell’autore; tuttavia è un libro che mi ha permesso di farmi delle domande, anche su questo argomento di cui oggi è fondamentale discutere.

Leggere per capire, agire per cambiare.

Con un articolo su un blog o un post sui social, parlatene anche voi, per opporvi a questa terribile e ingiusta violenza.

#nonunadimeno

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